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Il cuore del Carmine

Alle ore 11 e 30 del mercoledì mattina, nel chiostro della parrocchia di San Giovanni Evangelista, nella sala che ospita lo sportello di ascolto del Gruppo San Vincenzo è ancora in corso un colloquio. Ben oltre l’orario stabilito, dato che la targhetta esposta all’ingresso fissa il termine degli incontri settimanali alle 11. Ma qui le eccezioni sono la norma, non si può essere fiscali. Oggi ad attendere il proprio turno sotto il porticato, colpiti da vento gelido e sferzate di pioggia, c’erano tantissime persone. E non c’è giorno di ascolto o di sportello che non capitino volti nuovi. Non si può quindi chiudere la porta e rimandare il dialogo di altri sette giorni. Se i bisogni aumentano, si deve dar loro una risposta tempestiva.

Il Carmine è da sempre stato un quartiere di frontiera. O appartenevi alla sua gente, alle sue strade, ai suoi vicoli, alle sue case l’una attaccata all’altra, dove fatti ed esperienze erano per forza collettive, o eri considerato un forestiero. L’accoglienza, però, in questa zona di frontiera caratterizzata  da quotidiani espedienti di sopravvivenza e piccola delinquenza, ha un lungo passato alle spalle. E che prosegue tuttora, nonostante la popolazione residente abbia cambiato composizione.  La Parrocchia di San Giovanni, alla quale fa capo anche la chiesa di San Faustino, rappresenta in qualche modo il cuore geografico e simbolico di questa realtà popolare, laboriosa e interculturale. E qui la Società di San Vincenzo De Paoli  ha trovato fin da subito un terreno di sfida e confronto. La Conferenza, costituitasi nel 1858, è la più antica della città e della provincia. Nasce per rispondere alla povertà materiale delle famiglie proletarie, alla solitudine di anziane inferme, all’abbandono di donne e giovanissime dedite alla prostituzione. I primi confratelli iniziano così a edificare un punto di riferimento per ogni abitante del quartiere. Un luogo dove ognuno può sentirsi accolto senza temere biasimi o giudizi.

Alle attività del gruppo di San Giovanni parteciperà anche un certo Monsignor Montini, futuro Papa Paolo VI. La Conferenza ha assistito alla proclamazione dell’Unità d’Italia, è sopravvissuta alla Prima Guerra Mondiale e ai bombardamenti della Seconda, ma ha dovuto arrestarsi temporaneamente nei primi anni Novanta del Novecento. L’età media dei soci era infatti molto alta e alla loro morte nessuno ha raccolto il testimone. Fortunatamente, la Conferenza rinasce una decina di anni più tardi su impulso dell’eclettico parroco Don Amerigo e di una vincenziana di lunga data, la futura presidente nazionale della San Vincenzo Claudia Gorno Nodari. Negli ultimi anni la popolazione residente del quartiere è cambiata, gli anziani a cui far visita sono sempre meno, mentre aumentano le famiglie immigrate alle prese con innumerevoli problemi quotidiani. E per contrastare miserie e povertà il gruppo di volontari vincenziani ha saputo tessere una tela di relazioni con altre realtà associative già esistenti, anche a livello parrocchiale, creando una solida rete di assistenza capace di intercettare le richieste esterne e di affrontarle a seconda delle specifiche  competenze di ognuno. Come spiega la neopresidente Grazia Beccaria Rampinelli, chi si rivolge allo sportello di ascolto parrocchiale sa che può ottenere risposte sia dal gruppo San Vincenzo, sia dalla Caritas, sia dal patronato Acli. Lo sportello Caritas segnala alcuni casi particolari, l’ufficio legale offre assistenza qualora emergano problemi connessi al permesso di soggiorno o a maltrattamenti e violenze domestiche. Il patronato indirizza nella ricerca del lavoro e nella stesura dei profili professionali. Poi c’è un asilo nido, un doposcuola pomeridiano per bambini, un centro scolastico per l’alfabetizzazione degli immigrati, e il servizio “Sull’isola che non c’è”, che nel mese di luglio organizza il Mini Grest per i piccoli delle elementari. L’oratorio segue ovviamente un’impostazione religiosa, ma è aperto a tutti, e, al di là del particolare incontro del catechismo, le attività sono inclusive e mirano allo sviluppo di relazioni interculturali. E sono tantissimi i ragazzini musulmani che entrano ed escono dalle sale parrocchiali e attraversano di corsa il porticato del chiostro. E ogni realtà cerca di prendersi delle responsabilità in base alle risposte che può dare e alle capacità dei suoi volontari: chi se la cava con l’informatica si occupa di comunicazione, chi è medico dà  consigli di natura terapeutica, chi è insegnante accompagna i bambini  nel percorso pomeridiano di doposcuola.

Tra i volontari, ottimisti circa i progetti futuri, traspare comunque un briciolo di amarezza. Le energie ci sono, ma si consumano in fretta. Per dare alla gente risposte adeguate ai tempi servono nuove braccia, e soprattutto nuove menti capaci di pensare e di agire di conseguenza.

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