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Lione, città che per tutti i vincenziani del mondo rappresenta un punto di partenza. Luogo d'origine della famiglia di Federico Ozanam e ambiente in cui il futuro fondatore della Società San Vincenzo de Paoli crebbe scolasticamente, culturalmente e spiritualmente prima di trasferirsi per studio e lavoro a Parigi. Venne battezzato nella centralissima chiesa gotica di Saint-Nizier e frequentò il Collegio Reale. Tra Rodano e Saona affrontò le primi crisi di vocazione e maturò la decisione di raggiungere la capitale per realizzare il sogno della carriera universitaria e rispondere a una chiamata ben più importante: quella a servizio dei più poveri.

Luogo da cui tutto ebbe origine, Lione torna talvolta ad essere anche punto di arrivo e di approdo. Lo è stato per i vincenziani dell'area Europa 1 che dal 13 al 15 novembre scorso si sono dati appuntamento nella terza città di Francia partecipare all'incontro formativo annuale aperto ai presidenti dei Consigli Nazionali e ai delegati giovani, presenti in rappresentanza della popolazione vincenziana con meno di 35 anni di età aderente a Conferenze tradizionali o a specifiche Conferenze giovanili. Obiettivo principale del meeting, ospitato nelle sale del Centro San Giovanni Bosco (dalle cui finestre si abbraccia con lo sguardo l'intera architettura urbana), quello di condividere le esperienze e le difficoltà del cammino annuale, con particolare attenzione al tema quantomai strategico della comunicazione interna ed esterna e della promozione. Accolti dal belga Adrien De Vreese, Coordinatore nazionale giovani e responsabile logistico, i rappresentanti vincenziani sono arrivati, oltre che dalla Francia e dall'Italia , da Spagna, Austria, Svizzera, Germania, Inghilterra, Scozia e Irlanda. In tutto una cinquantina di persone, tra cui una decina di giovani d'età compresa tra i 18 e i 35 anni. Brescia non ha ovviamente giocato un ruolo marginale, con la bresciana Claudia Gorno a rappresentare in qualità di presidente nazionale le innumerevoli espressioni del volontariato e dell'attivismo vincenziani nella Penisola.

I partecipanti sono stati salutati dal presidente della Confederazione Internazionale della San Vincenzo, il singaporeano Michael Thio, che li ha invitati a "continuare a considerare i poveri come le uniche figure capaci di suscitare un cambiamento di cuore e un percorso di continua crescita spirituale". L'appello lanciato dal numero riguarda il coraggio servire la società senza timore per gli scogli del presente e l'audacia di prendere decisioni in grado di sconfiggere sfiducia e timori. Interpretando il carisma vincenziano secondo le cinque virtù essenziali: semplicità, umiltà, mitezza, zelo e santità. I francesi padroni di casa, talmente convinti del potere della comunicazione da aver arruolato una squadra di esperti di web, grafica e pubblicità, sono partiti da un evento simbolico della tradizione vincenziana transalpina "Le rencontre Nationale du Partage", per mettere in rilievo la necessità di "lasciarsi evangelizzare dei poveri, di prestare attenzione ai bisogni e desideri di chi si sostiene e di permettere all'assistito di sviluppare potenzialità e umanità proprie. Sia esso senzatetto, carcerato, disoccupato o vittima di qualsiasi forma di dipendenza.

Dal punto di vista comunicativo, la San Vincenzo francese ha sviluppato un sito internet attrattivo in grado di porre l'accento sull'appello al dono per la raccolta fondi, sulla costante ricerca di nuovi volontari e sull'interazione con le modalità di diffusione di messaggi attraverso le reti sociali. Anche paesi anglosassoni come Inghilterra e Scozia hanno puntato su un approccio più tecnologico- Alla luce di quanto emerso nel corso delle due giornate di incontro, la comunicazione digitale non può comunque rimpiazzare la relazione faccia a faccia con i membri della stessa Conferenza o con i confratelli dello stesso Consiglio Centrale.

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Fino agli inizi del Novecento niente esisteva dell'odierno quartiere della Pavoniana: solo campi coltivati dai contadini che abitavano nelle cascine sparpagliate e sentieri sterrati che conducevano verso il Mella. Nella piccola cappella votiva di Sant'Eustacchio, che dava il suo nome alla borgata, la ristretta comunità di fedeli si riuniva per perpetuare un culto risalente al Cinquecento. La trasformazione dell'intera area inizia con la costruzione di una scuola elementare, di alcuni stabilimenti industriali e delle prime case popolari.

La chiesa dedicata al Beato Ludovico Pavoni viene innalzata tra il 1928 e il 1929, diventando ufficialmente parrocchia solo nel 1940. Cinque anni prima, quando la zona antistante al sagrato era ancora occupata da prati incolti ed erbacce e il vicino centro storico sembrava lontano migliaia di chilometri, il messaggio di carità di San Vincenzo De Paoli e di Federico Ozanam mette radici nel tessuto sociale. Fondata nel 1935 grazie all'impegno della signora Ardesi, prima presidente ed entusiasta animatrice di un gruppo affiatato di consorelle, la Conferenza Santa Maria Immacolata inizia a collaborare con i Padri Pavoniani nell'ascolto delle esigenze dei parrocchiani più disagiati: nei primi tempi, i solidi rapporti di vicinato aiutano ad "intercettare" situazioni drammatiche, sanate attraverso collette solidali e disponibilità all'ascolto. Negli anni del boom economico sono tante le famiglie, operaie e disoccupate, che bussano alla porta della Conferenza in cerca di una speranza.

Guidate dalla ventennale presidenza dell'infaticabile Rina Costa, le vincenziane si autofinanziano per riuscire a dare risposte concrete e non solo di natura strettamente monetaria: anziché consegnare soldi, le volontarie prendono accordi con ditte locali per offrire anche ai bambini più indigenti i tanto attesi doni di Santa Lucia e di Natale; istituiscono inoltre dei buoni spesa, saldati poi personalmente, per consentire acquisti nelle botteghe del quartiere.

La conformazione sociale muta rapidamente, i rapporti sociali si raffreddano e diventa sempre più complesso riuscire a entrare in relazione con quanti, chiusi in un imbarazzato silenzio, vorrebbero un aiuto per uscire dal tunnel della miseria. La presidenza di Angela Rizzini, maestra elementare alla Corridoni, riesce negli anni Duemila a mettere nuovamente in contatto gli ambienti della formazione e della famiglia con i recettori parrocchiali. La Conferenza provvede al pagamento di rette scolastiche, libri di studio, materiale didattico e abbonamenti del trasporto pubblico, organizzando anche corsi di doposcuola per il sostegno agli alunni con lacune o in difficoltà. Il 70enne Guido Corini è l'attuale presidente, primus inter pares rispetto agli altri sei membri operativi. Alla guida da sette anni e vincenziano da oltre dieci, della sua Conferenza ama sottolineare il profondo radicamento nella realtà territoriale e la "perfetta simbiosi con le dinamiche parrocchiali " e con le attività promosse da padre Walter Mattevi.

La recente raccolta alimentare allestita sul sagrato della chiesa (l'altra si svolge in primavera) si è conclusa nei giorni scorsi con quasi 1500 kg di alimenti a lunga scadenza donati. Le confezioni di biscotti e cibo per l'infanzia, pasta, olio e prodotti in scatola verranno donate alle oltre 40 famiglie attualmente seguite, contribuendo al sostentamento di almeno 140 persone. La generosità dei parrocchiani non si è fatta desiderare: "In una busta anonima abbiamo trovato duecento euro in contanti. Significa che le persone credono nei progetti che portiamo avanti", precisa Corini. Ogni lunedì mattina, dalle 10 a mezzogiorno, il centro d'ascolto ospitato nei locali dell'oratorio raccoglie i bisogni di italiani e stranieri, entrambi colpiti dalla perdita del posto di lavoro o dal dramma della disoccupazione. "È il problema centrale, che non permette mai emancipazione. Raramente abbiamo visto una famiglia uscire dalla povertà. Pur non essendo ovviamente un'agenzia di collocamento, cerchiamo comunque di mettere in contatto la domanda con delle possibili offerte". Elemento cardine dell'operato rimane la visita all'abitazione delle persone seguite, anche se Corini si rammarica di non riuscire a dare piena realizzazione a questa prerogativa. "Solo l'andare a trovare chi ha bisogno nel posto dove abita permette la costruzione di un legame di empatia e di fiducia.

Purtroppo però abitudini differenti e una certa diffidenza ostacolano lo sviluppo di queste relazioni". Così intimamente legato alla vita e all'opera di Ludovico Pavoni, il lungo percorso della Conferenza non sembra però arrestarsi davanti alle sfide del presente. Una su tutte la capacità di attrarre e coinvolgere i giovani: li cerchiamo soprattutto in parrocchia, dove ci sono già tanti gruppi di azione, e non perdiamo occasione per farci conoscere. "Capisco che i ragazzi abbiano poco tempo rispetto ai pensionati, ma un'ora o due di aiuto alla settimana sarebbe più che sufficiente", sogna il presidente. Alla Pavoniana però nessuno si arrende davanti alle statistiche anagrafiche. "Il messaggio di Ozanam che lanciamo ai giovani invita a impegnarsi in prima persona per il bene del prossimo e ricorda che senza la carità concreta la fede  è una qualità piuttosto vana".

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Paragonati a una storia di accoglienza che getta le radici al tramonto del diciannovesimo secolo, vent'anni di vita sembrano poca cosa da celebrare. Tanta è la differenza di età che si frappone tra l'antichissimo dormitorio maschile San Vincenzo di Contrada Sant'Urbano, fondato la notte di natale del 1899, e la giovane struttura di accoglienza femminile Casa Ozanam di via Gabriele Rosa, istituita a pochi passi di distanza per volontà dell'Associazione Dormitorio nel settembre 1995. I figli minori, però, hanno bisogno di maggiori attenzioni e premure, e suscitano nei genitori un affetto protettivo e un pizzico di orgoglio in più per i passi compiuti nella crescita.

Guidata da questo spirito materno la famiglia della San Vincenzo bresciana, presieduta da Giuseppe Milanesi, ha festeggiato il compleanno di una "casa" diventata ormai punto di riferimento per donne, sole o con figli minori, vittime della violenza di un uomo, della malattia, della povertà. Impronta distintiva della festa, realizzata in collaborazione con la Pinacoteca dell'età evolutiva di Rezzato, il coinvolgimento diretto della città e dei suoi abitanti, nonché dei passanti che si sono trovati a transitare per la ripida scalinata che da via dei Musei conduce al Castello: un modo per uscire dalle mura dell'indifferenza e incontrare quanti passano distratti senza soffermarsi. Da leggere sia come participio che come esortazione al modo imperativo, l'installazione "Affacciati", concepita dall'artista verolese Armida Gandini, ha impreziosito la salita di via Gabriele Rosa con lenzuola riciclate e decorate, suggerendo una metafora visuale che sintetizza la dimensione abitativa e relazionale del dormitorio, invitando così i passanti ad affacciarsi per scoprire le esistenze che lo abitano.

Contemporaneamente, nella vicina sala dell'oratorio de Duomo, è stata allestita la mostra "Pennelli che passione", esposizione di acquarelli e tempere dipinti dai bambini di tutto il mondo a partire dagli anni Cinquanta appartenenti alla collezione PinAc. Venerdì 25 settembre, alle 18, davanti all'ingresso di Casa Ozanam, si è svolta l'anteprima della performance teatrale "Album di Famiglia": accompagnate da musica in sottofondo e sostenute da una scenografia essenziale, quattro donne ospiti hanno raccontato frammenti dolorosi del proprio vissuto, ripercorrendo quei momenti dell'infanzia, dell'adolescenza e dell'età adulta elaborati in precedenza nel corso di un workshop artistico. Il sabato successivo il cortile del dormitorio maschile ha accolto ospiti, ex ospiti e volontari per un banchetto, rigorosamente a base di spiedo, offerto dall'Associazione Amici del braciere. Sono poi seguiti balli e canti con karaoke, giochi per bambini e uno spettacolo dii cartomanzia. Domenica 27, alle 17.30, lo spettacolo "Album di famiglia" è stato riproposto per l'intera cittadinanza. Alle 19, nella sottostante chiesa di Santa Maria della Carità, monsignor Federico Pellegrini ha infine celebrato la Santa messa, per ricordare i vent'anni di Casa Ozanam e la concomitante festività di San Vincenzo.

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Come umili contadini invitati al gran ballo di corte, sorpresi dai fastosi arredamenti del palazzo reale e lievemente titubanti davanti a tanto sfarzo spettacolare perché avvezzi alla semplicità della propria tavola, i ragazzi della Conferenza Giovani "Paolo VI" del Consiglio Centrale di Brescia hanno varcato le soglie del proteiforme e maestoso macrocosmo di Expo.

A guidare sei di loro fin dentro il cuore pulsante della cittadella planetaria, tra padiglioni ipertecnologici e una babele di linguaggi e culture, non è stato un semplice moto di curiosità. Lungi dall'aver rappresentato una banale occasione di svago, l'esperienza milanese si è inserita a conclusione di una "storica" settimana di vetrina vincenziana all'interno dello spazio espositivo riservato al Terzo Settore.

Domenica 7 giugno il gruppo under 35 bresciano ha fatto rotta su Cascina Triulza, quartier generale, un poco defilato rispetto all'affollato passeggio del Decumano, del settore no profit e volontaristico italiano. Nell'unico spazio preesistente al nuovissimo sito espositivo, tipica corte rurale lombarda con al centro l'aia socializzante, la San Vincenzo lombarda stava per affrontare l'ultima delle sette giornate di partecipazione ad Expo, debutto assoluto per l'associazione internazionale e per un Consiglio Regionale nel contesto sfavillante di un evento di risonanza mondiale. Rielaborando lo slogan cardine di Expo, focalizzato sull'alimentazione e sulle prospettive di nutrimento delle generazioni future, la San Vincenzo ha ampliato simboli, significati e prospettive, cercando una risposta, di verità e carità, che sappia sfamare l'umanità non solo attraverso il cibo ma anche con l'equo dono di dignità e giustizia.

Dopo l'alternarsi di volontari e simpatizzanti dei Consigli di Busto Arsizio, Legnano, Milano, Monza, Bergamo, Piacenza, Vigevano e Lecco, i giovani bresciani hanno trascorso l'ultimo giorno di presenza cercando di invogliare la marea di visitatori ad abbandonare per qualche minuto il corso principale, sorta di Champs-Elysées dei sensi, per addentrarsi in una realtà forse meno spettacolare e tintinnante, decisamente "slow" rispetto al frenetico via vai esterno, ma le cui fondamenta di valori testimoniano maggiore solidità e promettono di perdurare ben oltre i sei mesi della manifestazione. Armati di buon fiato, di palloncini colorati e di dettagliatissimo materiale informativo, i giovani vincenziani di Brescia hanno regalato un momento di gioia ai più piccoli e cercato di avvicinare adulti e genitori alla rete di carità sognata da Federico Ozanam, alle attività svolte sul territorio - specialmente visite a domicilio, distribuzione alimentare e doposcuola - dalle 34 Conferenze sparse per la provincia di Brescia, ai servizi di ospitalità e accoglienza di poveri ed emarginati offerti dal Dormitorio Maschile di Contrada Sant'Urbano e dalla struttura femminile Casa.

Molti vincenziani in incognito, in visita ad Expo con famiglia o amici, sono rimasti piacevolmente colpiti alla vista delle tradizionali pettorine con il simbolo delle cinque dita variopinte e hanno colto l'occasione per scambiare con i volontari opinioni e sensazioni in merito all'evento. È il caso, ad esempio, di una vincenziana di Terni o di un tecnico dell'organizzazione il cui suocero è stato membro attivo nella Conferenza di Treviglio. Nel frattempo, al primo piano della Cascina, la presidente nazionale della San Vincenzo Claudia Nodari Gorno e la presidente della Federazione Regionale Lombarda Angela Toia, piacevolmente coinvolte dall'incontro con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dalla postazione attrezzata con tavolo touchscreen e schermi multimediali illustravano storia, obiettivi e attività svolte nel mondo.

Al di là delle reali presenze conteggiate e dei contatti stabiliti, l'avventura in una terra piuttosto straniera, in cui spesso i buoni propositi e i nobili obiettivi vengono offuscati da effimere e temporanee meraviglie, la San Vincenzo lombarda ha il merito di aver provato a diffondere un messaggio controcorrente, che invita a immaginare l'intero pianeta come uno sconfinato campo di grano e l'umanità al pari di frumento potenzialmente rigoglioso: spetta a ognuno di noi prodigarsi affinché la spiga che ci sta accanto cresca luminosa e dia i suoi frutti.

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Manca ormai poco all'appuntamento annuale più atteso dai giovani vincenziani (e simpatizzanti) di tutta Italia. Si avvicina la data del 28 luglio, che sancirà l'inizio del Campo Ozanam 2015: l'imminente edizione troverà accoglienza tra il verde delle Prealpi bresciane e l'azzurro del lago d'Iseo. Fino a domenica 2 agosto Casa Betanìa di Sale Marasino, di proprietà della parrocchia di San Zenone, si trasformerà nel palcoscenico di un'esperienza di riflessione e socializzazione differente dai tradizionali canoni vacanzieri. Il divertimento è ovviamente assicurato, ma i ragazzi tra i 15 e i 35 anni che approderanno sulle sponde del Sebino vivranno sei giornate sulle tracce del carisma vincenziano, alla ricerca di quel "filo rosso" intessuto di impegno, relazioni, tempo donato e tempo libero che nel quotidiano lega indissolubilmente attorno a un unico ancoraggio di valori ogni nostra azione.
Il primo giorno sarà dedicato all'accoglienza dei partecipanti e alla conoscenza reciproca attraverso giochi e racconti personali. La mattina della seconda giornata sarà scandita dai lavori di gruppo attorno al tema dell'impegno: il gruppo di Brescia sarà incaricato di collegare questa riflessione ai concetti di carità e responsabilità, per cercare di far emergere il nesso tra doveri e ambizioni personali e soddisfazione delle aspirazioni alla realizzazione altrui e alla dignità collettiva. Nel pomeriggio il Campo si sposterà a Concesio per una visita alla casa natale di Paolo VI. Il terzo giorno il gruppo di Aosta si soffermerà sulla componente affettiva e sentimentale che distingue ogni relazione, analizzando la qualità dei sentimenti che si possono provare nello svolgimento del servizio di Conferenza. Nel corso della quarta giornata, durante l'escursione al santuario della Madonna della Ceriola di Monte Isola, si proverà a definire il significato di "tempo donato" e a collegarlo al "tempo libero" come regalo che viene consegnato, tramite lo spirito di servizio e la carità, nelle mani di chi ha bisogno del nostro aiuto. Sulla scia del dibattito verrà presentata la figura di Giorgio Frassati, giovane studente torinese della Fuci e dell'Azione Cattolica, visitatore di famiglie povere, morto nel 1925 a soli 24 anni.
L'ultima giornata, infine, sarà più contemplativa e di preghiera: se esiste il tempo donato, c'è sicuramente un tempo di ricarica interiore, di dialogo con Dio e meditazione, che può essere vissuto come generatore di buoni propositi e progetti futuri. In serata i due consiglieri spirituali della San Vincenzo Giovani, padre Gerry Armani e padre Francesco Gonella, celebreranno una funzione eucaristica comunitaria. Il sesto giorno ognuno lascerà (si spera a malincuore) Sale Marasino per fare ritorno a casa.
Al calar del sole, dopo la cena, verranno proposte attività di svago e proiezioni cinematografiche. Tra gli oggetti indispensabili, sacri e profani, da portare con sé, il vademecum reperibile sul sito nazionale consiglia una copia della Bibbia, sacco a pelo, scarpe comode, borraccia, asciugamani e lenzuola.

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Tutto cominciò 70 anni fa con il gesto generoso e disinteressato di una ricca possidente del paese. Folgorata dal messaggio di Ozanam, la nubile Rina Morelli, proprietaria dell'omonimo Castello di Verolanuova, scelse di vivere in sobrietà, rinunciò agli agi del suo status e radunò attorno a sé un piccolo gruppo di donne benestanti per fondare la Conferenza di San Lorenzo e dedicarsi ai poveri. Alla sua morte, nel 1972, stabilì che le stanze in cui aveva vissuto, le stesse che nel 1473 diedero i natali alla Beata Paola Gambara Costa, diventassero proprietà di una Fondazione per ospitare le attività dei confratelli. Soltanto negli ultimi decenni le facoltose dame, mogli di proprietari terrieri o di industriali, hanno ceduto il posto a uomini e donne della classe media, commercianti, impiegati, operai.
L'attuale presidente, Mario Azzini, 62 anni, mostra con orgoglio la veste storica dell'edificio e le tre stanze utilizzate rispettivamente come sala di ritrovo, dispensa alimentare e guardaroba per il vestiario da distribuire. I 13 soci, la cui età oscilla tra i 40 e gli 80 anni, si ritrovano il secondo mercoledì del mese per la tradizionale riunione di Conferenza. Due volte al mese, il primo e il giorno 15, fanno visita a 36 famiglie consegnando viveri e beni di prima necessità secondo il bisogno. "Siamo in contatto con i Servizi sociali del Comune per aiutarli a compilare il modulo Isee: in base a quello capiamo chi ha veramente bisogno e riusciamo ad accompagnarlo nelle esigenze quotidiane", precisa Azzini. Dalle 10 alle 12 del sabato è invece attivo il servizio di ascolto: "In molti bussano alla nostra porta. Anche se non è del paese, la prima volta si cerca sempre di dare qualcosa. Poi li indirizziamo alla Caritas del Comune di residenza". A differenza di qualche anno fa, quando il "povero" era identificato nello straniero, ora quasi la metà delle persone seguite (15 famiglie) è nata in Italia da genitori italiani. Tra chi viene da lontano ci sono soprattutto marocchini, tunisini, pakistani, nigeriani, montenegrini, arrivati a Verolanuova prima della crisi per lavorare come impiegati nel settore calzaturiero. Ora molte aziende hanno delocalizzato nei paesi dell'est, lasciando senza tante case senza pane. "Anche con gli immigrati i rapporti sono abbastanza buoni. Chi è di fede musulmana è più restio ad aprirti la porta di casa, ma nelle famiglie di seconda generazione le barriere cadono facilmente", spiega Azzini. La Conferenza aderisce alla rete de "L'Ottavo giorno", promossa dal Gruppo Caritas diocesano per rifornire di alimentari i gruppi di volontariato: la quantità di merce acquistata al mercato ortofrutticolo di via Orzinuovi viene raddoppiata dal Vescovo.
Certe volte, però, il contributo più prezioso arriva da chi non te l'aspetti: "Alcuni pensionati che prendono 900 euro al mese lasciano spesso donazioni generose. Questo dovrebbe far capire a chi non la conosce bene che la San Vincenzo non è formata solo da gente ricca", precisa Azzini. Al centro dell'operato dei vincenziani di Verolanuova ci sono soprattutto i bambini, per i quali si cerca di fare il possibile in caso di bollette arretrate per acqua e riscaldamento, o per il pagamento dei libri scolastici. Il progetto più virtuoso, vincitore lo scorso anno dei fondi da parte del Consiglio Centrale, è però il doposcuola, accolto nei locali dell'oratorio parrocchiale di San Lorenzo: da lunedì a venerdì (ad eccezione di martedì), dalle 15 alle 18, Carolina Giorgetti, la vincenziana più giovane, con l'aiuto del curato e di alcuni studenti volontari, tra cui gli stagisti dell'Itc, accompagna nei compiti domestici oltre trenta ragazzi in difficoltà.
Azzini, il cui mandato triennale è in scadenza a maggio, confida nel suo successore: "Ci vorrebbero idee giovani e il contributo di una donna, perché avrebbe sicuramente più fantasia".

 

 

 

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Riflettere sull'opera di servizio tra spiritualità e concretezza. E' l'obiettivo del ciclo di incontri formativi promossi dal presidente dell'Associazione Dormitorio Beppe MIlanesi per tutti i volontari, veterani o alla prima esperienza, che operano in ruoli specifici all'interno del Dormitorio maschile o di Casa Ozanam. Il primo di una serie di appuntamenti che si susseguiranno per tutto il 2015 si è svolto martedì 21 aprile nella "sala delle feste" di via Gabriele Rosa. La riflessione sul "Qui ed ora" ha visto come relatori le due figure professionali più adatte a tratteggiare il quadro dell'accoglienza e a suggerire nuovi approcci relazionali tra volontari e ospiti: Paolo Tengattini, direttore del Dormitorio e Giovanna , responsabile di Casa Ozanam.
Ad ognuno dei partecipanti è stato chiesto di trovare una definizione univoca che potesse abbracciare l'idea di "servizio": le più gettonate "ascolto", "condivisione" e "disponibilità" hanno però dovuto confrontarsi con tre temibilissimi mostri, tre atteggiamenti assunti senza consapevolezza che possono impedire ogni forma di maturazione esperienziale e umana sul campo: il Vampiro dell'abitudine ("Abbiamo sempre fatto così"), il Licantropo della supponenza e sicurezza ("Ho ragione io"), il Frankenstein della fretta ("presto! devo tornare a casa"). Al contrario, l'approccio dell'agire "in servizio" dovrebbe considerare l'unicità dell'esperienza vissuta, l'assenza di casualità: il confronto con emergenze, situazioni provvisorie e casi limite fornisce un bagaglio continuo su cui riflettere e sul quale imparare a leggere in autonomia i fenomeni sociali al centro del dibattito contemporaneo. Tra questi, quello dell'immigrazione costituisce uno dei più urgenti. "Dietro al disagio di un uomo si nascondono storie di speranza e fallimento. La partenza è carica di aspettative che non sempre si realizzano, talvolta il progetto migratorio è fallimentare, altre volte si scontra con dinamiche di sfruttamento", ha precisato Tengattini. A tutti i partecipanti è stato quindi chiesto di "fare un passo indietro, di pensare prima di giudicare". Alcuni piccoli accorgimenti, quindi, possono significare molto agli occhi di chi li riceve: un abbraccio, un sorriso di conforto, la gratuità di un gesto d'amore. Di fronte, è bene saperlo, c'è un'altra persona, meritevole di rispetto e dignità.

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• Conferenza Giovani di Santa Maria della Pace, presso la chiesa di Santa Maria della Pace, via della Pace, 10 – I Soci sono otto, tutti ragazzi di età compresa tra i 24 e i 34 anni, e si riuniscono ogni due lunedì al mese nella sale messe a disposizione dai Padri della Pace.

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Anche nei momenti più bui della storia dell’umanità, ci sono uomini che sfidano le tenebre tenendo acceso il lume della fede e della speranza. È accaduto anche in Italia, negli anni tra il 1930 e il 1944. Josef Mayr-Nusser è un cittadino italiano di lingua e cultura tedesca. Nasce nel 1910 a Bolzano da una famiglia di contadini di profonda fede e cresce educato all’insegnamento cristiano e all’amore verso il prossimo. Di professione impiegato, diventa presidente dei giovani dell’Azione Cattolica della Diocesi di Trento e costituisce nella città natale una Conferenza di San Vincenzo.

Durante l’avvento del nazionalsocialismo, si esprime a favore dei Dableiber, quei cittadini che, invitati a trasferirsi nei territori sotto il controllo della Germania, scelgono di non abbandonare la propria terra. Mayr-Nusser rifiuta di firmare la dichiarazione e cerca di convincere amici e conoscenti a non allontanarsi dal luogo di nascita. In lui abitano fiducia nel messaggio evangelico e coraggio di schierarsi da una parte ben precisa, ma anche un’estrema responsabilità di uomo e cittadino, consapevole di rischiare la propria vita per testimoniare la verità di Cristo. In assoluto silenzio e solitudine, sorretto dalla fede e dalla fiducia in un futuro di riscatto e felicità, affronta un apparato burocratico-militare inumano.

Man mano che l’ideologia nazista si diffonde e ottiene consensi in tutti gli strati della popolazione, Mayr-Nusser continua a manifestare apertamente solidarietà e fratellanza verso i propri vicini, impegnandosi, nella propria quotidianità e nella vita di Conferenza, a contrastare con tutte le forze il nascere e il sedimentarsi di teorie contrarie all’insegnamento del Vangelo.

Fin dagli anni '30 si esprime pubblicamente, attraverso scritti e discorsi, contro gli effetti deleteri del pensiero nazista sulla vita comunitaria e sulla salute della Chiesa. Davanti alla cecità o all’indifferenza altrui, grida senza vergogna per svegliare le coscienze assopite. “Dare testimonianza oggi è la nostra unica arma efficace. Né la spada, né la forza, né finanze, né capacità intellettuali, niente di tutto ciò ci è posto come condizione imprescindibile per erigere il regno di Cristo sulla terra. È una cosa ben più modesta e allo stesso tempo ben più importante che il Signore ci chiede: dare testimonianza".
Mayr-Nusser desidera promuovere e offrire l'etica cristiana come dono salvifico in risposta all’amarezza storica del proprio tempo. La fede in Cristo non può accompagnarsi in alcun modo al sostegno del  sistema nazista, dove anzi illuminare le generazioni più giovani di una luce autentica, capace di indicare la strada per un futuro di condivisione e di pace. Per il giovane vincenziano, questo netto chiarore avrebbe certamente sconfitto la pallida illusione di un culto fondato sull’incondizionata obbedienza a un capo e sulla sopraffazione del più debole a beneficio del più forte.

Mayr-Nusser riflette sull’ incompatibilità fra totalitarismo e professione cristiana, cerca di analizzare il contesto socio-politico che ha fatto attecchire il bacillo nazionalsocialista. Assieme ad alcuni amici organizza un gruppo di resistenza sudtirolese, l’Andreas Hofer Bund (Lega Andreas Hofer), con l’obiettivo di ostacolare la propaganda nazista nel Sudtirolo e di stabilire contatti con la resistenza austriaca e con i servizi segreti inglesi. consensi.

Nel settembre 1944 viene arruolato forzatamente nelle SS e costretto a partire su un treno per raggiungere  una caserma di addestramento nella Prussia occidentale. Il 4 ottobre dello stesso anno, assieme a una trentina di giovani reclute delle SS, è invitato a recitare il giuramento nazista. Senza pensarci due volte, Josef si fa avanti ed esprime con estrema fermezza il proprio rifiuto, sostenuto da una fede vissuta con coerenza. Il gesto di disobbedienza non può essere tollerato, tanto più che rischia di minare la solidità dell’indottrinamento totalitario: i nazisti lo arrestano immediatamente, lo processano e lo condannano a morte. Nel febbraio del 1945 viene rinchiuso in un vagone ferroviario con destinazione Dachau. I giorni di viaggio trascorsi al gelo, in terribili condizioni igieniche, e un periodo di detenzione nel campo di sterminio di Buchenwald lo indeboliscono nel corpo e nella mente. Josef Mayr-Nusser muore di stenti il 24 febbraio 1945. Ha soltanto trentacinque anni, lascia la moglie Hildegard e il figlio Albert, di appena un anno.

Il suo sacrificio, di uomo, di credente, di vincenziano, indica la centralità della testimonianza come annuncio di una parola e di un messaggio che, superando le storture della storia, le debolezze personali e le miserie sociali, tentano di costruire - con abnegazione, sacrificio, amore per gli altri - già sulla terra le basi per avvicinarsi al regno di Dio.

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Alle ore 11 e 30 del mercoledì mattina, nel chiostro della parrocchia di San Giovanni Evangelista, nella sala che ospita lo sportello di ascolto del Gruppo San Vincenzo è ancora in corso un colloquio. Ben oltre l’orario stabilito, dato che la targhetta esposta all’ingresso fissa il termine degli incontri settimanali alle 11. Ma qui le eccezioni sono la norma, non si può essere fiscali. Oggi ad attendere il proprio turno sotto il porticato, colpiti da vento gelido e sferzate di pioggia, c’erano tantissime persone. E non c’è giorno di ascolto o di sportello che non capitino volti nuovi. Non si può quindi chiudere la porta e rimandare il dialogo di altri sette giorni. Se i bisogni aumentano, si deve dar loro una risposta tempestiva.

Il Carmine è da sempre stato un quartiere di frontiera. O appartenevi alla sua gente, alle sue strade, ai suoi vicoli, alle sue case l’una attaccata all’altra, dove fatti ed esperienze erano per forza collettive, o eri considerato un forestiero. L’accoglienza, però, in questa zona di frontiera caratterizzata  da quotidiani espedienti di sopravvivenza e piccola delinquenza, ha un lungo passato alle spalle. E che prosegue tuttora, nonostante la popolazione residente abbia cambiato composizione.  La Parrocchia di San Giovanni, alla quale fa capo anche la chiesa di San Faustino, rappresenta in qualche modo il cuore geografico e simbolico di questa realtà popolare, laboriosa e interculturale. E qui la Società di San Vincenzo De Paoli  ha trovato fin da subito un terreno di sfida e confronto. La Conferenza, costituitasi nel 1858, è la più antica della città e della provincia. Nasce per rispondere alla povertà materiale delle famiglie proletarie, alla solitudine di anziane inferme, all’abbandono di donne e giovanissime dedite alla prostituzione. I primi confratelli iniziano così a edificare un punto di riferimento per ogni abitante del quartiere. Un luogo dove ognuno può sentirsi accolto senza temere biasimi o giudizi.

Alle attività del gruppo di San Giovanni parteciperà anche un certo Monsignor Montini, futuro Papa Paolo VI. La Conferenza ha assistito alla proclamazione dell’Unità d’Italia, è sopravvissuta alla Prima Guerra Mondiale e ai bombardamenti della Seconda, ma ha dovuto arrestarsi temporaneamente nei primi anni Novanta del Novecento. L’età media dei soci era infatti molto alta e alla loro morte nessuno ha raccolto il testimone. Fortunatamente, la Conferenza rinasce una decina di anni più tardi su impulso dell’eclettico parroco Don Amerigo e di una vincenziana di lunga data, la futura presidente nazionale della San Vincenzo Claudia Gorno Nodari. Negli ultimi anni la popolazione residente del quartiere è cambiata, gli anziani a cui far visita sono sempre meno, mentre aumentano le famiglie immigrate alle prese con innumerevoli problemi quotidiani. E per contrastare miserie e povertà il gruppo di volontari vincenziani ha saputo tessere una tela di relazioni con altre realtà associative già esistenti, anche a livello parrocchiale, creando una solida rete di assistenza capace di intercettare le richieste esterne e di affrontarle a seconda delle specifiche  competenze di ognuno. Come spiega la neopresidente Grazia Beccaria Rampinelli, chi si rivolge allo sportello di ascolto parrocchiale sa che può ottenere risposte sia dal gruppo San Vincenzo, sia dalla Caritas, sia dal patronato Acli. Lo sportello Caritas segnala alcuni casi particolari, l’ufficio legale offre assistenza qualora emergano problemi connessi al permesso di soggiorno o a maltrattamenti e violenze domestiche. Il patronato indirizza nella ricerca del lavoro e nella stesura dei profili professionali. Poi c’è un asilo nido, un doposcuola pomeridiano per bambini, un centro scolastico per l’alfabetizzazione degli immigrati, e il servizio “Sull’isola che non c’è”, che nel mese di luglio organizza il Mini Grest per i piccoli delle elementari. L’oratorio segue ovviamente un’impostazione religiosa, ma è aperto a tutti, e, al di là del particolare incontro del catechismo, le attività sono inclusive e mirano allo sviluppo di relazioni interculturali. E sono tantissimi i ragazzini musulmani che entrano ed escono dalle sale parrocchiali e attraversano di corsa il porticato del chiostro. E ogni realtà cerca di prendersi delle responsabilità in base alle risposte che può dare e alle capacità dei suoi volontari: chi se la cava con l’informatica si occupa di comunicazione, chi è medico dà  consigli di natura terapeutica, chi è insegnante accompagna i bambini  nel percorso pomeridiano di doposcuola.

Tra i volontari, ottimisti circa i progetti futuri, traspare comunque un briciolo di amarezza. Le energie ci sono, ma si consumano in fretta. Per dare alla gente risposte adeguate ai tempi servono nuove braccia, e soprattutto nuove menti capaci di pensare e di agire di conseguenza.

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